Cosa prepareranno le colorate farfalle per Nicolas? Nella notte illuminata dalla luna, il racconto della "Tavola delle meraviglie" continua. Dopo la [prima](http://worldaroundwater.com/articles/tavola e la seconda puntata, ecco come prosegue, fino al gran finale la favola immaginata da Valverde. Buona lettura e buon anno!

... E, proprio loro, richiamate dal desiderio di Nicolas si staccarono dai rami degli alberi. Gli erano parse foglie, dapprima, e forse lo erano state davvero; ma ora non più: ora erano mera­vigliose farfalle che formarono una stupefacente colonna di colori, in alto, verso le creste alpine che si erano affacciate incuriosite a sbirciare cosa accadeva all’interno del cerchio di alberi, in quella piccola radura finora ignorata, tutt’al più guardata con sufficienza. Lo stesso superbo pinna­colo della più alta montagna, screziato di bianco e grigio, parve quasi intimorito da quell’evento, e ritirò tra le spalle la sua poderosa chioma di pietre nude e aguzze. Quella vetta alpina prendeva il nome dalle delicate sfumature che coloravano i suoi ghiacciai al levarsi o ritrarsi del sole, ma in quel caso, sotto quella maestosa parata di colori, avrebbe di certo dovuto essere chiamato Monte Arcobaleno, e non Rosa.

Così com’erano salite (fino a diventare stelle, si scoprì a pensare Nicolas), le farfalle discesero, in un fiume di colori che si separò in dodici torrenti: uno per ciascun tavolo. E, obbedendo a un istinto che apparteneva da sempre al cuore della foresta e dei suoi abitanti, si posarono delicatamente sulle tovaglie, offrendo un ulteriore ornamento in mezzo a quelli, stu­pendi, che già c’erano. Nemmeno si chiese, Nicolas, come fosse possibile che quelle farfalle – migliaia, a dir poco - fossero tutte riuscite a disporsi in eleganti e ordinate file anziché assieparsi in fitti grumi variopinti, ma notò, questo sì, che, pur nella loro straordinaria policromia, esistevano tonalità comuni per ogni gruppo, e dunque per ogni tavolo: c’erano calde sfumature estive ben separate dai lucidi colori invernali, e, fra di loro, tutte le gradazioni che si trovavano nel mezzo.

“Sembra quasi un calendario”, esclamò il ragazzo, “è come avere dinanzi agli occhi tutti i colori dell’anno, dal bianco-azzurro della neve al ros­so-arancio del solleone.” E, ascoltando queste parole, benevola e soddisfatta, la luna annuì. Fu lei a spiegargli cosa stava accadendo, attraverso il suo lento sussurrare che aveva in sé la dolcezza di mille ninnenanne: “La Terra ruota nell’infinito spazio e le stagioni si susseguono, rincorrendosi senza mai raggiungersi. Ma, ogni tanto, accade che i dodici gemelli che le rappresentano, i figli del Tempo stesso, si stanchino di rincorrersi, e vogliano invece ritrovarsi, e abbracciarsi, e rac­contarsi tra loro vecchie storie. Oppure, come oggi, gareggiare tra loro. E’ questo l’evento a cui sei stato invitato: i dodici mesi dell’anno sono qui riuniti, davanti a te, e hanno assunto la forma che meglio raffigura i tuoi sogni e le tue speranze, quella di farfalle, che brillano nella notte come quelle stelle che tu ami tanto.”

Un fremito di migliaia di piccole ali accolse queste parole, e a Nicolas quel suono parve il palpitare gioioso di ogni cuore del mondo. “I dodici gemelli ti offriranno ciò che hanno preparato per te”, continuò la luna, “un cibo che nessun essere umano ha mai gustato prima. Con tutti i sensi dovrai gustarlo, e non con il palato soltanto, perché ogni stagione è fatta di profumi, e colori, e musiche, e carezze, oltre che di sapori. Tuo sarà il giudizio: dovrai decidere quale sarà stata la portata che più delle altre avrà incantato i tuoi sensi. E’ un onore più che una mera re­sponsabilità: vivila con coraggio e amore, e non con paura. Perché un cuore puro come il tuo, di nulla dovrà mai avere paura!”

Una fata si staccò dall’ombra del bosco, mentre Nicolas ascoltava le parole della luna, e avanzò verso di lui, sorridente e silenziosa. Vestita di vento, ella prima se ne spogliò, poi cambiò aspetto:i suoi lunghi capelli castani si annodarono in solide corna e la sua pelle bianca mutò nel vello di un cervo; così si presentò davanti a Nicolas, e, con un singolo e poderoso colpo del suo crestato palco, frantumò una grossa roccia.

Un fiotto d’acqua trasparente e luminosa, entro la quale i raggi della luna si specchiavano come oro liquefatto, ne sgorgò morbidamente fuori e il suo scrosciare era una musica come mai prima d’allora Nicolas aveva udito. “L’acqua è quanto di più puro esista al mondo”, sussurrò la notte, “l’acqua, dunque, sarà il pre­mio che assegnerai." Uno dei folletti si fece avanti, riempì una coppa di cristallo con il liquido trasparente che fluiva dalla roccia e la porse a Nicolas. Il ragazzo ne fissò la tremolante superficie e ciò che vide riflesso lo tranquillizzò: erano i suoi occhi, lucidi e felici.

Una ad una, le colonne di farfalle si staccarono dal tavolo dove si erano posate, e discesero su Nicolas, avvolgendolo. Una ad una, il ragazzo s’inebriò delle bellezze che ogni mese, ogni stagione, ogni singola giornata di pioggia e di sole, racchiude in sé. Bevve l’estate, respirò l’autunno, ammirò l’in­verno e ascoltò la primavera; e tutte loro assaggiò, gustando piaceri che è impossibile descrivere. E, alla fine, quando tutti e dodici i tavoli si furono posati sopra l’erba della radura, Nicolas si accostò loro con la coppa di cristallo fra le mani, e fece la sua scelta.

Quando, la mattina dopo, Nicolas ritornò a casa, non raccontò nulla di ciò che gli era capitato. Nessuno, nel piccolo borgo alpino di Faldonier, avrebbe potuto comprenderlo. Anzi, probabilmente nessuno al mondo avrebbe potuto farlo. Ritornò alla sua fucina, ai suoi sordi colpi di martello e al suo metallo incandescente, e tenne per sé soltanto il suo piccolo grande segreto. Si tolse però una soddisfazione, questo sì: quella di osservare compiaciuto i volti sorpresi e incuriositi dei suoi compaesani quando, una volta all’anno, puntualmente e senza eccezioni, un misterioso messo gli faceva visita e gli consegnava un grosso cesto di vimini. Nicolas lo portava in casa senza dire una parola, e il messo, silenzioso com’era venuto, se ne andava.

Cosa contenevano le ceste? Nessuno nel villaggio lo ha mai saputo: i più audaci, accostatisi alla casa di Nicolas, giurano di aver sentito il rumore di migliaia di piccole ali battere insieme, ma questo non spiega perché Nicolas, dopo ogni visita del messo, aveva sempre l’aria soddisfatta e appagata di chi ha gustato il cibo più delizioso mai preparato al mondo.