E’ nato in Colombia e vive in Italia. Due culture latine e una personalità vulcanica. Per Roy i piatti devono prima di tutto trasmettere emozioni. La sua cucina è positiva e solare come lui. Il Metamorfosi a Roma è il suo quartier generale, dove sperimenta, crea, inventa. E nella vita? Per conoscerlo meglio, fra quotidianità, passioni e fornelli, lo abbiamo intervistato.

E' possibile "cucinare" le emozioni? La mia cucina è così. Quando preparo i miei piatti penso all'ospite, sono spinto dal desiderio di trasmettergli delle emozioni. E per questo parto da me, da una sensazione, un colore, un'esperienza, da qualcosa che ha prima di tutto emozionato me e che può ispirarmi. Per "emozionare" è fondamentale anche la qualità degli ingredienti e una cucina che sappia esaltarli nella loro identità.

C'è qualche ingrediente o sapore più allegro e positivo di altri? Mi piacciono molto tutti gli ingredienti. Adoro la carne cruda, forse perché è legata ai miei ricordi di bambino. Mio nonno, siriano, quando preparava il kibbéh, un piatto medioorientale dove si mescolano bulgur, cipolla, menta e carne macinata, me lo faceva assaggiare prima di cuocerlo ed era buonissimo.

Un evento che le ha cambiato la vita?

La nascita dei miei tre figli, ogni volta.

Tradizione o innovazione?

Amo rispettare la tradizione, ma guardando avanti.

Chi inviterebbe alla cena dei suoi sogni?

Mio padre non ha mai avuto occasione di cenare al mio ristorante. Mi piacerebbe averlo a cena insieme a mia madre.

Cosa voleva fare a 13 anni?

Il giocatore di pallacanestro, sognavo di diventare un professionista nella NBA.

Il primo pensiero quando entra in cucina?

Cerco di fare il punto della situazione, di mettere in fila tutte le cose che devo fare.

L’ultimo pensiero quando lascia la cucina?

Penso a quello che mi hanno detto i clienti, ai loro giudizi, alle loro impressioni e ne faccio, ogni sera, tesoro.

Dove vorrebbe vivere? In mezzo al verde, meglio ancora se con la vista sul mare.

Cosa porta dalla vita in cucina?

Direi la maggior parte degli stimoli creativi. In realtà non stacco mai e la quotidianità per me è una fonte d’ispirazione continua. Sia quando viaggio che nelle piccole cose di tutti i giorni. Qualche tempo fa sono andato al parco con i miei figli e all’improvviso mi ha colpito il profumo di un cipresso… mi piacerebbe cucinare qualcosa che lo ricordi.

Cosa pensa del food design e del rapporto fra cibo e arte?

Mi viene in mente Massimo Bottura. Nella sua cucina c’è sicuramente molta arte, che per lui è una passione. Nel mio caso l’ispirazione viene, come dicevo prima, soprattutto dalla vita, dalle sensazioni e dalle esperienze quotidiane.

Il film del cuore?

Più di uno. Carlito’s way con Al Pacino e i film di gangster italoamericani come Quei bravi ragazzi. Poi, dato che mi piace molto il surf, Break Point. E, anche per il lavoro che faccio, irresistibile Ratatouille.

Quali sono i luoghi o paesi che ama di più?

Adoro Roma e mi piace molto tutta l’Emilia Romagna, una regione dove si vive bene. Sono legatissimo alla Sardegna, la famiglia di mia moglie è di Sant’Antioco. Ci torno tutti gli anni e assaggio sempre i piatti tipici che prepara mia suocera. La tradizione gastronomica sarda fa parte ormai della mia italianità.

Pasta o riso? Non saprei cosa scegliere. Di pasta ne mangio anche due etti. Il risotto italiano mi piace molto ma più a piccole dosi. Poi c’è il riso tipo pilaf che in Colombia si usa come contorno e di cui sono golosissimo.

Colombia e Italia. Come si incontrano nella sua vita?

Mi sento molto colombiano ma anche molto italiano. Sono entrambe due culture latine, con tanti punti di contatto.

E in cucina?

La mia cucina è prevalentemente italiana, rivisitata in chiave molto moderna, contemporanea.

Un portafortuna?

Non ci credo molto. La fortuna te la crei da te, dandoti da fare.

La spezia preferita?

Il sale. Come lo zucchero è indispensabile per esaltare il gusto.

L’acqua in cucina?

Deve essere più pura e leggera possibile. Soprattutto se la si usa in pasticceria o nella preparazione dei brodi.